Sto leggendo: N. Mahfuz - Il giorno in cui fu ucciso il leader
Ho letto: AA. VV. - Parola di donna, corpo di donna. Antologia di scrittrici arabe contemporanee (6) Y. B. - Zero Kill (5) Y. Ghata - La notte dei calligrafi (8) I. McEwan - Chesil Beach (6,5) S. Vinci - Strada provinciale Tre (7,5)
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Gli attentati nella penisola del Sinai e in Iraq sono paragonabili tra loro come le azioni terroristiche dei Nar e dell'Ira. Ovvero: non c'è nulla di più distante. Eppure, nell'immaginario comune finisce tutto nel calderone del "terrorismo islamico". Come se i Nar e l'Ira fossero, appunto, gruppi di terroristi "cattolici"... Ma, soprattutto dall'11 settembre in poi, il fantasma è sempre quello: il mujaheddin, o - più scorrettamente - il "kamikaze" nel nome di Allah.
Non sono un'esperta né di Islam né di storia dei Paesi mediorientali e nordafricani, ma visto che l'argomento mi interessa, più che altro per curiosità culturale, ci tengo a dire la mia. Ovvero, che la religione islamica non è che un pretesto per arruolare giovani disperati, poveri, vittime di sperequazione sociale. Spesso sono bravi studenti universitari, ma senza speranza di trovare un lavoro adeguato, o per la condizione del Paese in cui vivono, o perché "condannati" dal loro status di nascita.
Queste, almeno, sono alcune delle costanti che ho verificato nelle mie letture di romanzi di autori arabi: non saggi, dunque, ma narrazioni in cui spesso fa capolino la storia, magari marginale, di un emarginato che assume uno status "superiore" quando si arruola in qualche gruppo terroristico, desideroso di diventare martire, di essere ricordato come eroe della jihad.
Un esempio recentissimo è il romanzo Palazzo Yacoubian di 'Ala Al-Aswani (Feltrinelli, 2006), che ho appena finito di leggere. Un antico palazzo del Cairo funge da metafora per descrivere la moderna società egiziana: negli ampi appartamenti vivono borghesi, possidenti e nobili decaduti, che dividono le loro giornate tra sfrenati incontri sessuali di ogni genere e affari corrotti; sul terrazzo, in baracche, trovano rifugio modesti artigiani e piccoli commercianti, che danno vita ad una specie di souk e che spesso aspirano, con sotterfugi, a prendere il posto di chi vive sotto i loro piedi. Ed è proprio il figlio del portiere del palazzo, che vive al piano terra, a scontare la condanna del proprio status: pur intelligente e valoroso, viene scartato dalla scuola di polizia per il mestiere del padre. Ripiegherà su studi universitari, ma anche i colleghi studenti "ricchi" lo emarginano, tanto da diventare facile preda di un paio di sheikh (in Italia si preferisce usare il termine imam, anche se non è la stessa cosa) che lo inizieranno alla jihad e lo porteranno in un campo di addestramento per carne da macello. (Voto: 7,5)
Ma il tema è ben rappresentato anche in Syriana, uno dei film con la trama più complicata e incomprensibile che abbia mai visto, ma che rende l'idea della complicazione e dell'incomprensibilità dei meccanismi che regolano i traffici d'armi e di petrolio nel mondo, con un focus particolare proprio sul mondo arabo. Magistrale George Clooney, premiato dall'Oscar come migliore attore non protagonista, e coraggiosa la sceneggiatura: è raro, se non impossibile, trovare un film made in Usa con gran parte dei dialoghi in farsi, arabo e hurdu. Ha ragione chi dice che è un'accozzaglia di troppi personaggi, troppi temi, troppe storie, con un montaggio stile frullatore. Ma per il punto che mi preme è un ottimo esempio: mi riferisco all'episodio dell'arruolamento di due giovani pakistani emigrati in un paese arabo per lavoro, che non sanno nemmeno leggere il Corano perché non conoscono la lingua, ma cominciano a frequentare una madrassa per fame e diventano portatori di morte, ma in un disegno che, appunto, ha a che fare con questioni molto più terrene che divine. Mentre il giovane emiro musulmano illuminato e progressista viene prontamente eliminato proprio da chi accusa il mondo arabo di essere arretrato e conservatore... (Voto: 8)